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Mangimistica europea: il settore cresce, ma la dipendenza dall’estero resta elevata

Fonte: Ruminantia··6 min di lettura
Mangimistica europea: il settore cresce, ma la dipendenza dall’estero resta elevata
Stoccaggio di materie prime per mangimi a Codogno (LO), Pianura Padana.

Mangimistica Europea: Stabilità nella Produzione, Vulnerabilità nella Dipendenza Estera – Cosa Significa per l'Allevamento Italiano

Il settore mangimistico europeo si conferma un pilastro fondamentale dell'industria agroalimentare, raggiungendo una produzione di 147,1 milioni di tonnellate di mangimi composti nel 2024. Questo dato, emerso dall'ultimo rapporto della FEFAC (Federazione Europea dei Produttori di Alimenti Compositi), evidenzia una sostanziale stabilità, con un leggero incremento dello 0,22% rispetto al 2023, nonostante le continue pressioni geopolitiche, le sfide sanitarie e un contesto economico incerto. Tuttavia, dietro a questa apparente resilienza si cela una persistente e marcata dipendenza dall'estero per le materie prime, un fattore che introduce significative vulnerabilità per la redditività e la stabilità dei costi di produzione nell'allevamento bovicolo italiano e non solo.

Il Contesto Europeo: Resilienza e Pressioni Diversificate

Il rapporto FEFAC "Feed & Food Report 2025" (che consolida i dati del 2024) traccia un quadro eterogeneo per il comparto mangimistico dell'Unione Europea. Sebbene la produzione complessiva sia rimasta stabile, le dinamiche interne ai singoli settori zootecnici sono state influenzate da una serie di fattori. La produzione di mangimi per il pollame ha registrato la crescita più significativa, con un aumento previsto tra l'1,3% e l'1,6%, grazie a una ripresa in diversi Stati membri, tra cui Francia, Spagna e Portogallo, dopo le interruzioni causate dall'influenza aviaria nel 2023. Va però notato che paesi come l'Ungheria e l'Italia hanno continuato a subire gli effetti degli focolai di H5N1.

Il settore dei mangimi per suini ha affrontato continue difficoltà, con un calo previsto dell'1-2%, principalmente a causa della diminuzione della popolazione suina nell'UE, imputabile alla Peste Suina Africana (PSA) e alle pressioni economiche e normative volte a ridurre le emissioni in paesi come Germania e Paesi Bassi. La produzione di mangimi per bovini, pur non mostrando dinamiche di crescita eccezionali, è rimasta relativamente stabile, con lievi fluttuazioni legate alle condizioni regionali e alla disponibilità di foraggi.

Questi dati sottolineano come il settore mangimistico sia costantemente messo alla prova da eventi imprevisti. Le tensioni geopolitiche, come il conflitto Russia-Ucraina, hanno avuto un impatto sui costi energetici e sull'inflazione, influenzando la domanda di prodotti animali e, di conseguenza, la produzione di mangimi. In questo scenario, l'industria si è focalizzata sull'efficienza e sulla riduzione dell'impronta ambientale, obiettivi sempre più centrali nell'agenda europea, come delineato dalla strategia "Farm to Fork".

La Dipendenza Estera: Una Fragilità Strutturale per l'Italia

Il nodo cruciale evidenziato dal rapporto FEFAC, e di maggiore preoccupazione per gli operatori italiani, è la persistente e notevole dipendenza dell'Europa dalle importazioni di materie prime per mangimi. In particolare, l'UE fa massiccio affidamento sulle fonti proteiche importate, come la farina di soia, che rimane un ingrediente essenziale per formulazioni ad alte prestazioni destinate sia al bestiame che all'acquacoltura. Si stima che l'UE abbia importato circa 30 milioni di tonnellate di equivalenti di soia nel 2024, la maggior parte proveniente da paesi extra-UE, in particolare Brasile e Argentina.

Questa dipendenza non si limita alla soia: nel 2022, l'UE-27 ha importato un totale di 50,4 milioni di tonnellate di materiali per mangimi, con cereali (24,8 milioni di tonnellate) e semi oleosi (21,8 milioni di tonnellate) che rappresentano le importazioni principali. La percentuale di auto-sufficienza dell'UE per le materie prime ad alto contenuto proteico, come i semi oleosi, si attesta a un mero 28%, il che significa una dipendenza dalle importazioni del 72% nell'ultimo decennio.

Questa fragilità strutturale espone l'intero settore zootecnico europeo a notevoli rischi. Le fluttuazioni dei prezzi sui mercati internazionali, la volatilità delle catene di approvvigionamento e le instabilità geopolitiche possono tradursi rapidamente in aumenti dei costi per gli allevatori. Per l'Italia, un paese con una zootecnia bovina di alta qualità e fortemente specializzata, questa dipendenza rappresenta un vero e proprio "tallone d'Achille".

Implicazioni per l'Allevamento Bovicolo Italiano

Per gli allevatori di bovini italiani, i costi dei mangimi rappresentano la voce di spesa più consistente, arrivando a incidere fino al 70% dei costi operativi totali. Questa percentuale elevata rende le aziende agricole estremamente sensibili a qualsiasi variazione del prezzo delle materie prime. Storicamente, le aziende bovine italiane, in particolare quelle specializzate nell'ingrasso, hanno cercato di raggiungere la massima indipendenza dal mercato dei mangimi attraverso una forte specializzazione nella produzione interna di foraggi (come l'insilato di mais) e di cereali concentrati. Tuttavia, anche le materie prime prodotte internamente risentono delle dinamiche dei mercati globali, influenzati dai costi delle importazioni e dai prezzi internazionali.

L'aumento dei costi degli input, inclusi i mangimi, l'energia e i trasporti, ha già avuto un impatto significativo sulla redditività degli allevamenti italiani, portando in alcuni casi a una riduzione del patrimonio zootecnico. La redditività delle aziende da carne dipende in larga parte dall'evoluzione dei prezzi dei mangimi e dei vitelli. In un contesto di costi crescenti, un'efficienza nutrizionale ottimale diventa cruciale: animali che crescono lentamente o con diete squilibrate richiedono più mangime nel tempo, aumentando i costi cumulativi e riducendo la produttività. Anche le perdite di mangime durante lo stoccaggio o la distribuzione contribuiscono a innalzare i costi senza apportare beneficio alla produzione.

Strategie Future e Sostenibilità per un Settore Resiliente

Di fronte a queste sfide, il settore mangimistico europeo, e l'Italia in particolare, è chiamato a implementare strategie volte a rafforzare la propria resilienza e a promuovere una maggiore sostenibilità. La FEFAC stessa sottolinea l'importanza di efficienza e riduzione dell'impronta ambientale. In linea con la strategia "Farm to Fork", vi è una crescente pressione per ridurre l'uso di antibiotici, il che spinge l'innovazione verso l'uso di ingredienti funzionali nei mangimi.

Tra le direzioni strategiche emergenti, si evidenzia la ricerca e lo sviluppo di fonti proteiche alternative e locali. Legumi (piselli, ceci, fave, lupini), microalghe e sottoprodotti della camelina possono in parte sostituire la farina di soia, contribuendo a migliorare la sostenibilità e a ridurre la dipendenza dalle importazioni. L'utilizzo di proteine derivate dagli insetti rappresenta un'opportunità promettente come alternativa alla soia e alla farina di pesce.

Un'altra chiave è l'ottimizzazione dell'uso dei foraggi e dei prodotti grezzi coltivati in azienda, che può ridurre i costi e l'impatto ambientale. La gestione efficiente delle risorse, la valorizzazione dei sottoprodotti agricoli e la riduzione degli sprechi di mangime sono pratiche essenziali per costruire una strategia di alimentazione più resiliente e sostenibile, capace di adattarsi alle fluttuazioni del mercato. La FEFAC, attraverso iniziative come la "Feed Sustainability Charter 2030", promuove attivamente queste "Strategie di Alimentazione Animale Sostenibile", focalizzandosi su efficienza delle risorse e dei nutrienti, approvvigionamento responsabile e contributo alla produzione zootecnica climaticamente neutra.

Cosa significa per gli allevatori di Borsa Bovini

Per gli allevatori italiani di bovini, il messaggio è chiaro: la gestione del costo dei mangimi è e rimarrà un fattore determinante per la redditività aziendale. È fondamentale monitorare attentamente le tendenze dei mercati internazionali delle materie prime, comprendere le implicazioni delle politiche europee sulla sostenibilità e valutare le opportunità offerte da nuove fonti di alimentazione.

Gli allevatori dovrebbero considerare l'adozione di strategie che mirino a una maggiore autonomia nella produzione di foraggi e cereali, ove possibile, ottimizzando l'efficienza nell'utilizzo di tali risorse. Esplorare l'impiego di materie prime alternative locali e investire in pratiche di alimentazione che massimizzino la conversione del mangime possono contribuire a mitigare i rischi derivanti dalla dipendenza estera. La collaborazione con nutrizionisti esperti per formulare diete ottimali che bilancino costo, disponibilità e performance animale sarà sempre più cruciale per mantenere la competitività in un mercato in continua evoluzione e sempre più interconnesso. La resilienza dell'allevamento italiano passerà anche dalla capacità di adattarsi e innovare le proprie strategie alimentari.

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