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In Europa l’agroalimentare tiene, ma il mercato alza la pressione

Fonte: Terre e Vita··5 min di lettura
In Europa l’agroalimentare tiene, ma il mercato alza la pressione
Mercato cerealicolo. Prezzi sotto pressione alla Borsa Merci di Piacenza.

Il settore agroalimentare europeo si trova in un momento di paradossale equilibrio. Se da un lato l'Unione Europea ha registrato un avanzo commerciale agroalimentare significativo a luglio, pari a 6,2 miliardi di euro, dall'altro i primi sette mesi dell'anno hanno evidenziato un arretramento complessivo dell'export. Questo segnale, sebbene non allarmante di per sé, accende un faro sulle crescenti pressioni che il mercato globale sta esercitando sull'intera filiera, influenzando direttamente prodotti chiave come olio d'oliva, cereali e altre commodity. Un contesto complesso, determinato da un mix di fattori economici, climatici e geopolitici, che richiede attenzione e strategie mirate da parte degli operatori, in particolare degli allevatori italiani.

L'Andamento del Commercio UE: Luci e Ombre

Analizzando i dati del commercio agroalimentare dell'UE, emerge un quadro dinamico. Il surplus di luglio a 6,2 miliardi di euro indica una capacità di reazione e una domanda ancora sostenuta per i prodotti europei in determinati settori. Tuttavia, il calo dell'export nei primi sette mesi dell'anno sottolinea una sfida persistente. Secondo l'ultimo rapporto sul commercio agroalimentare della Commissione Europea, il surplus cumulativo dell'Unione nei primi sette mesi del 2026 è stato di 30,1 miliardi di euro, un aumento rispetto all'anno precedente. Questo incremento è stato trainato da una notevole crescita delle esportazioni verso Paesi come l'Egitto (principalmente grano), l'Ucraina (alcolici) e la Turchia (carne di vitello e manzo). Le esportazioni di altri prodotti animali sono aumentate dell'11%. Contemporaneamente, le importazioni complessive di prodotti agroalimentari nell'UE sono diminuite, contribuendo al surplus commerciale.

Nonostante questi dati positivi sull'avanzo, la riduzione delle esportazioni in valore in alcune categorie di prodotti, come i prodotti a base di cacao, le carni suine e l'olio d'oliva, mostra una certa vulnerabilità. Questo contesto europeo si riflette anche in Italia, dove l'agroalimentare si conferma un pilastro del Made in Italy, con esportazioni che hanno superato i 72 miliardi di euro nel 2025. Tuttavia, anche per l'Italia si registrano segnali di rallentamento, con una sostanziale tenuta dell'export agroalimentare nei primi cinque mesi del 2026 (-0,4% rispetto allo stesso periodo del 2025) e una contrazione delle importazioni (-4,3%).

La Triplice Pressione: Prezzi, Clima e Geopolitica

I dati sul commercio UE non possono essere letti isolatamente, ma devono essere inseriti in un contesto di crescenti tensioni. Tre fattori principali stanno mettendo a dura prova la stabilità del mercato agroalimentare globale e, di riflesso, quello italiano: i prezzi delle commodity, i cambiamenti climatici e le tensioni geopolitiche.

L'aumento dei prezzi dei cereali, fondamentali per l'alimentazione animale, sta generando nuove pressioni sui costi della zootecnia. Sebbene vi sia una maggiore fluidità commerciale intra-UE, la volatilità dei prezzi di mais, soia e grano rimane una preoccupazione costante. Questo impatta direttamente sugli allevatori, i cui costi di produzione sono fortemente legati al costo dei mangimi, che può rappresentare oltre il 60% delle spese totali. Le previsioni più preoccupanti riguardanti il settore dell'alimentazione animale in Italia si stanno concretizzando, con un aumento dei costi di produzione di pollame e uova già evidente.

I cambiamenti climatici rappresentano una minaccia sempre più tangibile. L'agricoltura italiana, in particolare, è tra i settori più vulnerabili, con l'aumento delle temperature, la variazione dei regimi di precipitazione e la frequenza di eventi meteorologici estremi che colpiscono la quantità e la qualità della produzione alimentare. La siccità prolungata e le ondate di calore, alternate a piogge torrenziali, hanno già compromesso raccolti importanti e la produttività dei pascoli, essenziali per l'allevamento all'aperto. Questi fenomeni non solo riducono la disponibilità di foraggio e materie prime per i mangimi, ma influenzano anche il benessere animale e la produttività degli allevamenti, favorendo la diffusione di patogeni.

Infine, le tensioni geopolitiche, come il conflitto in Ucraina e nuove incertezze internazionali, continuano a destabilizzare i mercati delle commodity agricole e degli input produttivi. L'impennata dei prezzi di energia, fertilizzanti e carburanti si traduce in un incremento dei costi di produzione per le aziende agricole. Un esempio è l'aumento del prezzo dell'urea e del gasolio agricolo, che incide pesantemente sui bilanci. Confagricoltura ha evidenziato come le aziende agricole stiano affrontando da anni una successione di emergenze, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, all'impennata dell'energia e dei fertilizzanti, fino a siccità, alluvioni e grandinate. Questi fattori minano la redditività e la capacità di programmazione delle imprese.

Cosa significa per gli allevatori italiani

Per gli allevatori di bovini italiani, l'attuale scenario si traduce in una serie di sfide concrete. La produzione italiana di carne bovina ha mostrato una controtendenza positiva nei primi sei mesi del 2025, con un incremento dei volumi del 3,4%, nonostante un calo della produzione europea. Tuttavia, questa resilienza è messa a dura prova dall'aumento dei costi di produzione, che si riflette sui prezzi all'origine dei vitelloni da macello, seppur con un aumento più contenuto rispetto ai ristalli.

L'aumento dei prezzi dei cereali e delle materie prime per i mangimi incide direttamente sulla sostenibilità economica delle stalle. Gli allevamenti sono "stritolati" da costi quadruplicati per l'energia elettrica e raddoppiati per i mangimi in alcuni periodi recenti. La dipendenza dall'importazione di mangimi e, per l'ingrasso, anche di broutards da altri paesi europei (principalmente Francia) rende il settore vulnerabile alle fluttuazioni dei mercati internazionali e ai problemi sanitari che possono ridurre la disponibilità di capi.

In questo contesto, diventa cruciale per gli allevatori adottare strategie che minimizzino l'impatto di tali fattori esterni. La gestione efficiente dei costi di produzione, in particolare quelli legati all'alimentazione e all'energia, è più che mai fondamentale. L'investimento in tecnologie che ottimizzano l'uso dei mangimi, l'efficienza energetica degli impianti e la gestione delle deiezioni per la produzione di energia, possono rappresentare soluzioni concrete.

È inoltre importante monitorare attentamente i mercati delle commodity e le previsioni climatiche, per poter attuare decisioni tempestive sull'approvvigionamento e sulla gestione delle scorte. La diversificazione delle fonti di approvvigionamento e, laddove possibile, una maggiore integrazione verticale della filiera o l'adesione a consorzi possono rafforzare la posizione contrattuale degli allevatori. La ricerca e l'innovazione, anche attraverso la digitalizzazione dei processi, sono indicate come strumenti chiave per aumentare produttività e resilienza.

Infine, la filiera deve continuare a valorizzare la qualità e l'origine italiana della carne, rispondendo a una domanda crescente per prodotti certificati e di alta qualità, un elemento distintivo che può aiutare a sostenere i prezzi di vendita in un mercato volatile. La capacità di adattamento e innovazione sarà la chiave per affrontare le pressioni attuali e future, garantendo la continuità e la redditività del prezioso settore zootecnico italiano.

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